Ti chiedo di
sdraiarti, sdraiati esangue corpo. Non indispettirti delle mie richieste, sono
solamente lamenti di un capo solitario. Lamenti anch’essi slavati, come il
colore della tua pelle di cera.
Il grido del
tuo mutamento non può presiedere su questi pensieri turbati che della realtà ne
stanno facendo un’ottima scusa.
Dunque, pallido oggetto, non pensare che le mie
richieste siano malsane.
Ti chiamo "oggetto" solamente perché i diritti umani non
hanno affatto alcun significato nella mente del folle. Nella mente che presiede
la massa disdicevole quale sono.
Il giorno
cui occupiamo con le nostre conversazioni mentali è un giorno livido di paure,
un giorno che grida indispettito ai propri mali, grida loro di lasciarlo in
pace poiché avrà anch’esso il diritto di compiacersi per essere la giuridica
forma nella quale si alternano le stagioni.
Fa lo
stesso, il mio corpo esulta avente la capacità di muoversi attraverso la mente,
cara mia, il mio corpo gioisce del poter camminare, del poter toccare, del
poter sentire, del poter guardare…ma le creazioni vivide della mente sono
insalubri, il corpo non lo sa, non lo intuisce; dopotutto cosa dovrebbe
interessargli?
Non provare
ad avvicinarti, non provare neanche a fare un passo, a compiere un gesto di
avvicinamento.
Rimani lungi
da me, tu e il tuo corpo color cera.
Non ho
bisogno di schifosi gesti caritatevoli, essi non farebbero altro che dare
alimento alla nociva follia misantropa, quella per la quale intraprendo ancora
sputi di parole in subbuglio portatrici di discordia. Quella per la quale
continuo a soggiornare, lacerato minuziosamente, su questo mondo di nessuno.
Infatti. Procedo con i miei passi folli per la follia stessa che mi bacia come l’angelo
della morte, con odio strategico per far si che ciascun dì che passi sia più
ardente l’insania che mi porta a degenerare in vita.
Ora
sdraiati, ripugnante corpo, tra pochi giorni l’epidermide si farà color giallo
ocra, le sfumature mangeranno i segni della tua passata salute e gli organi
inizieranno il corso della decadenza, putrefazione; putrefazione
malevola che toglie ai corpi la reduce bellezza. Non potrai di certo risolvere
questo sconveniente.
Col mio
tocco, morbido e curvilineo essere (ch'eri) hai perso la gioia caduca delle tue
emozioni, l’effimero piacere dello sguardo ai tuoi seni, il precario dolore
delle difficoltà.
Così, in queste tue condizioni, mi tieni in vita.
La follia è
troppo occupante per far vincere l’istinto di uccidermi.