mercoledì 29 maggio 2013

Le voci che risuonano nell'edificio al suono della campanella si fanno soavi, si distorcono come una colata di gelatina su un cilindro caldo e improvvisamente divengono come un'assurda illusione di un qualcosa di lontano, distaccato, non importante: fallace. Lo sguardo punta solamente a quel marciapiede che contorna il cortile asfaltato, l'asfalto duro, grigio...in contrasto con il sole luccicante e il cielo che appare dipinto come in un velato quadro creato per passione. Passate quelle tre ore che sembravano un'eterno ciclo di parole senza senso, sguardi ammiccanti inutili al mondo, poesie troppo sprecate al vento, poesie cercate di essere infilate a forza in un qualsiasi pensiero completamente estraneo, arriva l'aria...l'ossigeno. Appena trapassata la porta con il corpo, un'ondata di aria picchietta sul viso, invadente come un piccolo tornado. Gli arti sono in balia di esso, il profilo si alza un po verso il cielo per percepire meglio quel vento sul collo...lasciandolo infilare nella maglietta che si gonfia un po. L'aria è veramente pulita, non è alto come luogo, forse un po ristagnante e umido ma in quel momento quell'aria è l'aria più fresca e più attraente di qualsiasi altra aria e la cura più clamorosa di ogni altra cosa. I pungi serrati dal ristagnante vapore del chiuso, si disserrano. Disserrandosi provano un senso di stiramento, le dita si sentono più lunghe, libere come se avessero una loro vita, separate dal corpo.
Lo sguardo punta ancora a quel bitume riscaldato dai raggi del Sole. I passi si fanno più frettolosi, rimbombano tra la ghiaia, risuonano nel corpo che deambulazione.  Il sedere è a terra ora. Un leggero calore piacevole, non piacevole quanto l'erba o la terra, ma è tutto ciò che si può avere in quei 10 minuti.
La schiena si appoggia, in cerca di comodità, addosso al muro che è li a sorreggerci e a donarci uno schienale per contemplare le nuvole che passano a rallentatore davanti agli occhi, poco più su di un tetto malinconico e insignificante. Appoggiata la schiena si può stare bene, gli occhi non calcolano passeggianti figure, le orecchie non ascoltano discorsi fatti nei dintorni. 
Accanto, le compagne di quelle ore. 
Comincia a dire qualcosa una, si parla; si scambiano, per oggi, quasi insignificanti pareri su strazi passeggeri, una risata, un bacio sulla fronte. Alla bocca del tabacco otturato in una cartina nell'ora prima.
Mentre il vento continua a scivolare sulle guance rosee dal sole, del fuoco fa vibrare quella cartina che si accende producendo una piccola nube di fumo che leggera ondeggia davanti agli occhi protetti da occhiali da sole. Occhiali da sole di 30 anni fa, tenuti tremendamente bene, nelle viscere d'un cassetto.
 Il tabacco arriva in gola con fervore, compatto, corposo, con il suo aroma che si arrampica sulle papille gustative, sulla lingua morbida e fresca. 
Immagini si fanno spazio nella mente. Visioni piacevoli che si susseguono come in diapositive anch'esse illuminate dai raggi del sole. Le labbra a contatto con le dita nel momento in cui la gola aspira sono morbide e   ne cercano ancora. 
Desideri si intercalano tra il gusto e le orecchie che ormai non sentono più nulla, solamente il suono del vento.  Il corpo e la mente tornano a quel momento, quel momento in cui erano a contatto, si sfregavano, si strusciavano calorosamente. Con una vera passione irruenta l'immagine si fa strada nei pensieri, ma più che nei pensieri...nelle sensazioni; infatti il corpo cerca, con ardore, di rivivere il momento stampato nell'essere. Ripercorre i momenti, i gesti, gli sguardi e la mente li desidera più che mai. Il bisogno che nettamente irrompe nello sterno è fortissimo. Un brivido nello stomaco echeggia e arriva fino alle spalle pensando a quell'emozione, a quella sensazione provata. Sensazione...sublime, unica, di distacco dall'universo ma nel contempo di unificazione con esso. Non si è più il singolo, si è ogni cosa, si è un fiore, un ruscello, il suono di un pianeta, la foga, il latte, il profumo di un gelsomino, una radura, il camminare di uno zoppo... ogni cosa. Gli occhi si chiudono, le labbra si socchiudono leggermente, la testa si appoggia al muro, tutto il corpo e l'essere assaporano con distinzione quella singola sensazione come se fosse cibo, cibo o acqua dopo giorni nel deserto... l'unica frase emessa in quei dieci minuti alle compagne "mi vibra lo stomaco". Una di esse ribatte con un "perché"... Silenzio dalla bocca,  il perché rimane celato nel grembo; Le appoggia una mano sul ginocchio in segno di affetto e ancora con il sapore del tabacco in bocca, raccoglie l'ultima goccia di emozione per poi rientrare nella malinconia di quell'edificio.







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